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La filosofia, dal greco φιλείν (filèin), amare e σοφία (sofìa), sapienza, cioè amore per la sapienza, è la disciplina che si occupa di studiare e definire i limiti e le possibilità della conoscenza e, in generale, dell'esistenza dell'uomo, considerato come singolo e nella sua relazione, teoretica e pratica, con gli altri uomini e con il mondo. Il bisogno di filosofare, secondo Aristotele, nascerebbe dalla "meraviglia", ovvero dal senso di stupore e di inquietudine sperimentata dall'uomo quando, soddisfatte le immediate necessità materiali, comincia ad interrogarsi sulla sua esistenza e sul suo rapporto con il mondo. Queste domande di carattere universale, definibili come il problema del rapporto tra il soggetto e l'oggetto, vengono trattate secondo due aspetti: il primo è quello della filosofia teoretica, che studia l'ambito della conoscenza, il secondo è quello della filosofia pratica o morale o etica, che si occupa del comportamento dell'uomo nei confronti degli oggetti e, in particolare, degli altri uomini, che egli presume siano individui come lui, perché appaiono a lui simili, pur non potendoli conoscere al di là delle apparenze.[2] Definizione, limiti e caratteristiche della filosofiaEtimologiaCom'è noto, la parola filosofia ha origine dall'unione di due parole greche: φιλείν (fìleìn), amare e σοφία (sofìa), che indica un nesso fondamentale fra il sapere, che il filosofo cerca o ritiene di aver raggiunto, e l'amore, inteso non nella sua forma erotica (anche se l'eros, il desiderio è platonicamente il movente fondamentale della ricerca filosofica), ma in una accezione più vicina al sentimento dell'amicizia. Il filosofo, sarebbe dunque l'"amico del sapere", cioè del conoscere; come tale egli non si identifica con il sapere, ma piuttosto vi si accompagna, essendo consapevole di non poterlo possedere del tutto (così ad es. in Socrate[3] o in Pitagora, indicato dalla tradizione come il creatore del termine filosofia, quando avvertiva che l'uomo può solo essere amante del sapere ma mai averlo del tutto, poiché questo appartiene veramente solo agli dei). Quanto al termine σοφία, la gamma dei suoi significati è piuttosto ampia, e si è prestata, nel corso dei secoli, a diverse interpretazioni del sapere filosofico: originariamente distinta dalla φρόνησιϛ, la prudenza, l'accortezza di giudizio, la sophia indica un'abilità di tipo più teorico, cioè la capacità di trarre verità universali dalla conoscenza delle cose. Il saggio, tuttavia, nel senso greco del termine, non è l'uomo perso nelle sue riflessioni teoriche; egli, pur detenendo un sapere considerato astratto, possiede invece l'abilità di farne un uso concreto, pratico: [4] in questo senso la filosofia greca è permeata, fra l'altro, dal problema politico[5], ovvero dal rapporto fra la sapienza e la capacità di governare il comportamento dell'uomo sia come singolo che come facente parte della comunità della polis stessa. DefinizionePur se l'etimologia ci consente di trarre indicazioni precise, la definizione della filosofia, come concetto e come metodo, resta tuttavia problematica. La questione si pone innanzitutto in senso epistemologico: ovvero, la delimitazione di metodi, temi e oggetti della conoscenza filosofica è forse la prima e fondamentale questione su cui la filosofia stessa, si interroga; a seconda dei periodi storici e dei contesti culturali, questa domanda ha conosciuto e conosce tuttora risposte differenti. Il problema di cosa sia la filosofia si può tuttavia porre secondo due prospettive radicalmente diverse, a seconda che la definizione venga elaborata sul piano storico(ovvero, la filosofia consiste essenzialmente nella sua storia e nella sua tradizione), oppure sul piano strettamente gnoseologico, all'interno di una teoria della conoscenza che individui più o meno rigorosamente, seguendo una determinata logica, l'oggetto della conoscenza filosofica e ne formalizzi il metodo. La prima prospettiva è stata seguita per lo più dalla filosofia continentale nel suo sviluppo successivo alla diffusione del cristianesimo, laddove si è posta la necessità di individuare, nella storia del pensiero, il dipanarsi di un filo conduttore univoco, corrispondente in qualche modo alla teleologia intrinseca alla dottrina cristiana. La seconda prospettiva, invece, trova il suo fondamento nella filosofia greca, in particolare platonica e aristotelica, e nell'ultimo secolo, con la ripresa degli studi di logica e con i tentativi del circolo di Vienna, di Bertrand Russell, di Wittgenstein ed altri, di fondare rigorosamente la conoscenza filosofica, sembra aver conosciuto una notevole ripresa di interesse. Metodo filosoficoLa difficoltà di definire in modo specifico il campo su cui si esercita la filosofia, si riflette sulla impossibilità di individuare in modo univoco il metodo con cui essa opera. La filosofia non si è mai fondata sul metodo sperimentale proprio della scienza moderna, come del resto appare evidente anche nella filosofia antica e medioevale (il metodo scientifico è tuttavia un'acquisizione successiva). Quando Democrito ad esempio parlava degli atomi aggiungeva che questi «si vedevano con gli occhi della mente». Persino i filosofi scienziati come Bacone e Cartesio e lo stesso Leibniz, o Galilei, i quali furono fra i primi a sentire l'esigenza di un metodo certo, hanno in ogni caso mantenuto una netta distinzione fra risultati scientifici e speculazioni filosofiche. Alcuni autori come Kant e Wittgenstein, pur nella distanza storica che li separa, hanno altresì sottolineato come l'assenza di una forma di verifica empirica in filosofia è una caratteristica epistemologica essenziale di questa dottrina; tuttavia, entrambi questi autori si sono occupati, nelle loro opere più celebri, di sottoporre la ragione filosofica a una serrata critica, proprio per delimitare metodo e caratteri di questo tipo di conoscenza, soprattutto nel senso negativo, ovvero superando gli errori e le ambiguità capaci di falsare i risultati della riflessione. Appare chiaro comunque che la filosofia non è una scienza sperimentale anche quando essa dedica la sua attenzione all'esame dei fatti empirici, confinando così con discipline quali la sociologia, la pedagogia, la politica etc. La filosofia in questi ambiti considera i dati empirici ma non si limita a catalogarli; piuttosto, essa studia questi dati concreti nell'ottica di una teorizzazione critica. Sin dai suoi inizi la filosofia sembra talora indirizzarsi verso un linguaggio di tipo matematico o logico formale, che consenta di ricavare, attraverso un simbolismo astratto, concetti fondati in modo rigoroso. Un esempio è quello di Leibniz, che per primo pose l'esigenza di risolvere i problemi filosofici mediante un calcolo logico universale. Questo tipo di tendenza rivive oggi nella filosofia analitica, nell'ambito del cosiddetto positivismo logico, il quale, pur ricorrendo alla logica matematica utilizza ancora prevalentemente il linguaggio naturale. In ogni caso, non è azzardato affermare che proprio le regole del metodo delineate filosoficamente hanno poi consentito alle scienze sperimentali di poter conseguire i loro risultati; questo è vero soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo della scienza moderna, in cui più fecondi furono i rapporti fra astrazioni filosofiche e risultati operativi. Del resto, già Socrate aveva affermato la necessità di liberare la mente dai pregiudizi, per accedere alla vera conoscenza; Cartesio, a sua volta, radicando la verità nel dubbio, mostrava di essere consapevole della necessità, per la scienza, di progredire attraverso la messa in discussione delle certezze acquisite. Dal dubbio fonte di verità non rimaneva fuori neppure l'esistenza di Dio; essa poteva essere dimostrata rigorosamente, secondo Cartesio, solo seguendo il dubbio stesso, elevato a metodo della sua filosofia. Quando Bacone, pur inconsapevole dell'importanza della matematica nella scienza e dunque privo di considerazione per il meccanicismo intrinseco ai fenomeni naturali, sosteneva che il metodo dovessse consistere nella connessione di videre e cogitare, nella collaborazione tra senso ed intelletto anticipava la grande scoperta del metodo scientifico galileiano, che attribuendo un ruolo centrale alla verifica sperimentale delle ipotesi, sottoporrà tuttavia i risultati empirici a una rigorosa analisi matematica. Appare perciò evidente come la riflessione filosofica abbia fornito alla scienza moderna i presupposti, per dare un fondamento stabile al suo operato. Va tuttavia sottolineato, come la filosofia abbia ripreso, progressivamente, una sua autonomia e specificità rispetto alla conoscenza scientifica anche a livello metodico[6]; accanto a una filosofia di orientamento anglosassone, che affonda le sue radici nel positivismo e nel primato della logica formale, si assiste nell'ultimo secolo a una rivalutazione del rapporto originario della filosofia con la letteratura, la poesia, la storia, la sociologia, le scienze umane in generale, in particolare nella filosofia di orientamento continentale, europeo[7]. Autori come Foucault, ad es., indagano la storia seguendo un metodo genealogico, nel tentativo di delineare il percorso evolutivo dell'uomo e della società contemporanea; altri, come Deleuze, adoperano i risultati di ricerche antropologiche e psicologiche, per fondare nuovi concetti filosofici, come il desiderio; altri ancora, come Heidegger, abbandonato il tradizionale approccio della metafisica, si volgono alla poesia alla ricerca di un linguaggio fecondo di spunti riflessivi, da contrapporre alla perdita di senso imposta all'uomo dalla tecnica moderna. In altre parole, il problema filosofico fondamentale torna ad essere, innanzitutto, il problema stesso del fondamento, ovvero la necessità di giustificare una forma di conoscenza, quale quella filosofica, attraverso un riferimento esterno ad essa, che le fornisca quella legittimazione e quella stabilità metodica, che essa non sembra in grado di darsi da sola, e alla quale tuttavia non può rinunciare. La filosofia come stile di vitaLa filosofia, oltre che esprimersi sotto forma di riflessione teoretica, è stata, sin dalla sua nascita, e in particolare in alcuni momenti storici, una vera e propria arte della vita volta a interpretare in modo personale e particolare i concetti universali elaborati dal filosofo, basati sull'identità di teoria e prassi, essere e pensiero[8]. Almeno fino a Cartesio, la filosofia è stata un modo di essere prima che un modo di pensare. Negli ultimi secoli l’aspetto teoretico si poi è imposto su tutto il resto. E' stato con Cartesio che il pensiero venne inteso come ciò che precede l'azione, che deve prima riflettere sull'essere. La filosofia e le altre forme di conoscenzaFilosofia, scienza e tecnicaSin dalle origini la filosofia si è posta il problema dell’episteme, termine greco che oggi traduciamo con scienza. Ma l’episteme aveva allora un significato più ampio ed era un termine assai distinto da techne, che voleva dire "arte" e consisteva nell'applicazione pratica di un sapere particolare. La scienza era ritenuta più valida della tecnica perché mirava a uno scopo conoscitivo, mentre la techne era solo un mezzo. La scienza era ritenuta superiore anche alle opinioni, secondo Aristotele infatti essa era conoscenza dimostrativa, fondata su ragionamenti causali. La scienza era concepita essenzialmente come la comprensione sicura, certa, immutabile, basata sulla ragione, capace di racchiudere la realtà nel sistema, nel concetto. Gli antichi greci però tendevano pur sempre a distinguere la scienza dal percorso umano che si deve intraprendere per approdarvi, erano consci cioé che l'essenza ultima della realtà, a cui essi miravano, non poteva essere data da un semplice ragionamento. La scienza moderna poggiò le sue basi su questi modelli, rinunciando però alla comprensione delle essenze. Galilei poneva le dimostrazioni necessarie sullo stesso piano della "sensata esperienza". L'ideale geometrico della scienza dominò il pensiero di Cartesio e Spinoza. Kant introdusse il concetto di "sistema", che definiva come "l'unità di molteplici conoscenze raccolte sotto un'idea". Al concetto di scienza si è progressivamente affiancato quello di tecnica, che ha assunto un significato di importanza quasi equivalente a quello di scienza; lo scopo di quest'ultima si è parallelamente ridotto a quello di un'analisi strumentale dell'esperienza, limitata agli aspetti quantitativi della realtà. Filosofia e religione
Il rapporto fra la filosofia e la religione mostra fin dalle origini la sua complessità, sia pure inizialmente con contorni più sfumati; la comparsa della filosofia, infatti, comporta sin da subito la necessità di distinguersi dalla religione, fornendo alla ragione uno spazio dove operare in autonomia. I primi concetti emergono, tuttavia, dal comune terreno del mito, delle antiche cosmogonie; successivamente, anche quando, come accade con Platone, la filosofia torna a occuparsi di religione, lo fa con strumenti e metodi propri di una razionalità ormai divenuta del tutto autonoma da schemi dottrinari. Il problema della relazione fra fede, dottrina religiosa e pensiero torna d'attualità con l'avvento del cristianesimo; in una prima fase sulla scorta della predicazione di San Paolo[9] si ritiene che i primi fedeli debbano salvaguardare la propria devozione, dall'incontro con la filosofia pagana ma nello stesso tempo invita i cristiani a dare fondamento razionale alla loro fede. È stato recentemente affermato che: «Il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso se stesso come la religione del logos, come la religione secondo ragione. Non ha individuato i suoi precursori in primo luogo nelle altre religioni, ma in quell’illuminismo filosofico che ha sgombrato la strada dalle tradizioni per volgersi alla ricerca della verità e verso il bene, verso l’unico Dio che sta al di sopra di tutti gli dèi.»[10] Successivamente, la Patristica assume due indirizzi prevalenti, quello occidentale, rappresentato da Ireneo e Tertulliano, che esalta il carattere volontaristico e non razionale della fede, e quello orientale, rappresentato ad es. da Clemente Alessandrino o da Origene, i quali invece ritengono la filosofia una degna ancella della fede, nell'ottica di una razionalizzazione del pensiero cristiano[11]. Questa concezione, che culminerà nel primo tentativo di sintesi fra ragione e fede operato da Agostino, permeerà quindi tutto l'Alto Medioevo, almeno nell'Occidente cristianizzato; e solo con San Tommaso [12] si giungerà a una più piena conciliazione fra fede e ragione, nell'ottica però di una filosofia concepita come strumento indispensabile per dimostrare le verità della dottrina cattolica e difenderle da eresie e nemici. Questo parallelismo di ragione e fede diverrà nuovamente problematico in particolare con l'emergere della scienza moderna nel Rinascimento; la ricerca filosofica infatti dimostra sempre maggiori difficoltà a conciliarsi con le restrizioni della dottrina religiosa, man mano che i risultati dell'indagine razionale contrastano con i dogmi e le verità della Rivelazione mettendo in crisi il Principio di autorità con cui venivano risolti questi contrasti. Alcuni dei grandi protagonisti di quest'epoca si scontrano con la Chiesa Cattolica: Bernardino Telesio, Tommaso Campanella perseguitato dall'Inquisizione, Giordano Bruno condannato al rogo, e Galileo Galilei, che pur animato da una sua sincera fede religiosa, è costretto ad abiurare le sue scoperte e quanto aveva dedotto da esse. A questa conflittualità porrà termine, in un certo senso, l'illuminismo, in particolare attraverso la figura di Kant, che delimiterà in modo netto il campo della ragione, liberandola da tutti gli errori che ne contaminerebbero la purezza e l'autonomia. Nell'ultimo secolo, tuttavia, e in particolare negli ultimi decenni, non sono mancati i tentativi, da parte di esponenti della Chiesa Cattolica, di sottolineare la necessità di un pensiero forte, frutto della conciliazione fra filosofia e dottrina cristiana, capace di contrapporsi al nichilismo, al relativismo, a tutti gli irrazionalismi e in generale, alla perdita di fondamento che l'uomo contemporaneo sperimenta secondo l'interpretazione della realtà corrente da parte della chiesa cattolica. Questi appelli hanno trovato una sintesi in una recente enciclica, promanata da papa Giovanni Paolo II col nome di Fides et Ratio che presenta lo spirito dell'uomo come compreso tra due ali che sono appunto la fede e la ragione. Mancando un sola delle due non si può spiccare il volo alla ricerca della verità. [13]. Va però rimarcato come questo punto di vista non ha di per sè mutato lo stato attuale del dibattito filosofico, che è da tempo impegnato, pur fra vari punti di vista, in una analisi critica dei presupposti e dei fondamenti di tutta la tradizione del pensiero occidentale; questa analisi, che ha preso le forme(per citare solo alcuni dei tanti casi) del pensiero debole, della filosofia analitica, del costruttivismo di Deleuze o del decostruzionismo di Derrida, ha messo in luce come la ragione, secondo questi filosofi, non appaia più in grado di offrire verità forti e sistematiche. Il compito della filosofia, oggi, sembrerebbe piuttosto essere quello di denunciare tutti gli usi ambigui e inadeguati del linguaggio, e della ragione stessa, che spingono l'uomo a cadere vittima di irrazionalismi e ideologie. Resta tuttavia attuale lo scontro fra la filosofia e la religione cattolica, con riguardo a quelle evoluzioni scientifiche che mettono l'uomo in condizione di operare scelte autonome e personali sui fondamenti biologici della sua vita e di quella di altri. Il nuovo terreno di scontro, o di possibile incontro, fra fede cattolica e ragione, è oggi quindi rappresentato dalla bioetica. Critica della filosofiaLa caratteristica impossibilità di definire i confini della filosofia, e la sua apparente inconcludenza pratica, sono state fra le ragioni fondamentali di un filone critico nei confronti dell'attività del filosofo in sè e per sè. A differenza delle critiche rivolte di volta in volta a singole teorie o opere, coloro che criticano la filosofia intendono per lo più evidenziare l'inutilità, o addirittura la nocività, di questo tipo di attività di pensiero per l'uomo. Un aneddoto che ha il sapore della leggenda colpisce in tal senso l'immagine del filosofo nella sua prima figura storica, Talete: egli, mentre camminava tenendo lo sguardo in alto per osservare il cielo, sarebbe caduto in un pozzo. Similmente, Aristofane critica Socrate dipingendolo nel suo pensatoio, intento a venerare le aeree divinità condensate nelle nuvole. In altre parole, già secondo i greci la filosofia avrebbe la colpa di spingere l'uomo a perdere il contatto con la terra, ovvero il senso della realtà; e quando Nietzsche definirà la sua filosofia come "gaia scienza", intenderà appunto richiamarsi a una filosofia che sia capace, come scienza della terra, di occuparsi di questo mondo terreno e non dell'altro, metafisico, inventato da filosofie compromesse con la religione. In realtà, anche nelle varie religioni, almeno nei loro momenti fondativi ovvero nelle loro interpretazioni più ortodosse, si possono individuare atti di esplicita critica o addirittura di rifiuto della filosofia; lo spirito critico insito nella filosofia infatti potrebbe spingere il dubbio, l'esigenza di interrogarsi, fino a mettere in discussione anche la Rivelazione stessa in quanto tale. Valga per tutti l'atto di accusa, e la messa al bando(addirittura preventiva, visto che le opere fondamentali del filosofo sono posteriori), operata dalla comunità ebraica di Amsterdam nei confronti di Spinoza:
Del resto, neppure la scienza, per altri versi, è stata meno severa con la filosofia, o almeno con quella parte del sapere filosofico che pretende di poter trarre conclusioni universali sulla realtà, senza servirsi dei dati dell'esperienza sensibile, del calcolo matematico e della verifica empirica dei suoi risultati. In altre parole si può dire che la nascita del metodo scientifico e dell'interesse pragmatico per la scienza, che pure ha fra i suoi progenitori filosofi per altri versi molto astratti come Nicola Cusano o Giordano Bruno, o pensatori antichi come Democrito o Lucrezio, non può non essere considerato come una dichiarazione di indipendenza della ragione nei confronti della tradizione filosofica; questa ripresa di autonomia della ragione spinge del resto la filosofia stessa a riformarsi, criticando sè stessa come accade ad es. in Kant. Ciò tuttavia non ha impedito alla scienza moderna di evolversi in modo del tutto indipendente dalla filosofia; sono pochi, oggi, gli scienziati che sentono il bisogno di ricondurre a una più ampia visione filosofica, i risultati o i principi della loro attività. In particolare, nei due filoni filosofici oggi più diffusi, quello continentale, di tradizione francese e tedesca, e quello analitico, di tradizione angloamericana, solo il secondo sembra poter colloquiare in modo fertile e fecondo con la scienza moderna, attraverso la considerazione della logica stessa, fondamento della filosofia sin da Aristotele, ma ora intesa formalmente e matematicamente, nella sua massima astrazione, come lo strumento basilare dell'attività di pensiero umana in tutti i campi in cui essa si svolga. Evoluzione storica della filosofia
Nascita della filosofiaL'individuazione dell'origine della filosofia, ovvero del momento in cui essa si costituisce come autonoma attività di pensiero, si collega alla definizione della filosofia come riflessione razionale, in grado di sostituire a una concezione mitologica o religiosa della natura, una spiegazione dei fenomeni naturali basata sull'analisi dei dati forniti dall'esperienza. Questa concezione della filosofia, fondata sul nesso fra esperienza, natura e ragione(una definizione che si ricollega a ciò che oggi concepiamo come scienza), ci porta a individuare la nascita della filosofia come un fenomeno appartenente alla cultura greca ed europea. Nei secoli VII e VI a.C. la Grecia si trasforma da paese agricolo a artigiano e commerciale. Una nuova classe di mercanti cerca la sua fortuna lontano dalle polis d'origine, prevalentemente mercantili quelle della Ionia (Asia Minore), come Mileto, Efeso, Clazomene, Samo, ecc. I flussi migratori hanno inizio intorno al 1200 a.C. e vedono in un primo tempo mercanti-marinai che dalla penisola ellenica vanno verso Oriente, fondando colonie nella Ionia. In un secondo tempo, dall'VIII secolo a.C. in poi, è da qui che (sotto la pressione persiana) avviene l'inverso, vedendo per esempio Leucippo ed Anassagora trasferirsi il primo ad Abdera e il secondo ad Atene. Ciò determina un rimescolamento di culture estremamente favorevole per l'evoluzione della filosofia. È sulle coste della Ionia, e in particolare a Mileto, che l'evoluzione della società, i frequenti contatti mercantili con gli altri popoli del Mediterraneo, del mondo iranico e forse anche di quello indiano, portano un nuovo bisogno di conoscere. È infatti a Mileto che sorge la prima scuola filosofica, non un cenacolo, ma una mera affinità intellettuale che si riscontra nel pensiero di Talete, Anassimandro e Anassimene.[15] Tuttavia, proprio il sorgere della filosofia come attività di indagine sul mondo e sul suo principio(archè)nella colonia orientale di Mileto, ci spinge a riflettere sulle influenze che le altre culture, in particolare egiziane e orientali, potrebbero aver avuto nella formazione dei primi pensatori. Isocrate, contemporaneo di Platone, ad es., attribuiva la fondazione della filosofia non ai greci, ma agli egizi; e vi sono attestazioni della conoscenza, da parte degli egizi, già nel XII secolo a.C., di discipline come la medicina e la matematica, vissute come attività meramente razionali. Tutt'altro può però essere stata la genesi della filosofia in Oriente, la cui fondazione è oggetto di controversie che riguardano non solo i fatti storici, ma soprattutto la definizione della filosofia. Secondo l'impostazione fin qui seguita, ovvero quella che definisce la filosofia nella sua autonomia dalla religione e dal mito, gli aspetti filosofici presenti nell'Induismo, nel Buddismo, nel Taoismo, nel Confucianesimo originario, non possono tuttavia ritenersi frutto di una vera e propria attività filosofica. Ciò soprattutto perché la sapienza orientale si basava su conoscenze poste come verità teologiche indiscutibili conosciute solo da un gruppo ristretto di persone, i cosiddetti "sacerdoti"; questi assiomi non miravano allo sviluppo della razionalità ma erano orientati ideologicamente verso il raggiungimento di una vita ultraterrena o praticati per l' accrescimento di facoltà spirituali connesse alla sacralità.[16] Le dottrine orientali, pur non indipendenti dai vincoli posti dalla religione, ebbero comunque il pregio di indagare il senso dell'esistenza dell'uomo, in modo forse più diretto ed esplicito, rispetto alle prime esperienze filosofiche occidentali. La filosofia come espressione di libero pensiero
E' necessario premettere che una definizione ultimativa e specifica della filosofia non può darsi; ogni sistema di pensiero infatti include al suo interno una ridefinizione del concetto di filosofia. La tradizione filosofica, cioè, è un contenitore che permane uguale a se stesso nella forma, ma il cui senso muta per il contenuto sempre diverso. La storia della filosofia consente di rintracciare le varie linee evolutive del concetto di filosofia e quindi definire secondo un criterio unitario ed organico i problemi oggetto della conoscenza filosofica; essi possono tuttavia studiati, oltre che dal punto di vista storico, singolarmente, esaminando le varie posizioni filosofiche sugli specifici argomenti. Come attività esclusivamente razionale e come tentativo di sostituire all'interpretazione mitica dei fenomeni naturali un'analisi attenta ai dati dell'esperienza, la filosofia nasce nell'ambito della cultura greca e europea. L'esercizio della filosofia ha sempre richiesto la libertà di pensiero, e ciò paradossalmente ha fatto sì che le più durature e genuine tradizioni del pensiero filosofico siano sorte soltanto laddove si riconosceva il carattere necessario della verità, contrapposto a quello arbitrario dell'opinione: una verità dotata di un'aura di sacralità. Facendo proprie le categorie filosofiche degli antichi greci, il Cristianesimo ha quindi elaborato una concezione della filosofia che non pretendesse di sostituirsi arbitrariamente alla verità, ma che piuttosto fungesse da avvio nei suoi confronti e la difendesse dai tentativi di negarla da parte dello scetticismo e del relativismo: da qui l'espressione di filosofia come ancella fidei, cioé servitrice nei confronti di quella fede che per un cristiano è la manifestazione più immediata della verità.[17]Questa concezione della filosofia convive nel Cristianesimo con la convizione che l'uomo è essenzialmente libero di fronte alla verità, cioé ha la possibilità di accoglierla o rigettarla[18]. Il postulato della libertà di pensiero è stato invece negato da altre correnti filosofiche, come l'atomismo democriteo, il meccanicismo empirista sorto agli inizi del Seicento, o il positivismo ottocentesco, i quali negavano che l'uomo fosse libero, ponendo all'origine di ogni suo atto o pensiero delle leggi causali di tipo naturalistico o meccanicistico (v. G. Marchesini).
Il pensatore di Auguste Rodin
Nei secoli VII e VI a.C. la Grecia si trasforma da paese agricolo a artigiano e commerciale. Una nuova classe di mercanti cerca la sua fortuna lontano dalle polis d'origine, nelle colonie della Ionia (Asia Minore), come Mileto, Efeso, Clazomene, Samo, ecc. I flussi migratori hanno inizio intorno al 1200 a.C. colonie e vedono in un primo tempo mercanti-marinai che dalla penisola ellenica vanno verso Oriente, fondando colonie nella Ionia. In un secondo tempo, dall'VIII secolo a.C. in poi, è da qui che (sotto la pressione persiana) avviene l'inverso; ciò determina un rimescolamento di culture estremamente favorevole per l'evoluzione della filosofia. È sulle coste della Ionia, e in particolare a Mileto, che l'evoluzione della società, i frequenti contatti mercantili con gli altri popoli del Mediterraneo, del mondo iranico e forse anche di quello indiano, portano un nuovo bisogno di conoscere. Al di fuori del mito il tentativo di fornire spiegazioni razionali ai fenomeni naturali, volto a soddisfare ad es. le necessità della navigazione, trova nuovi sviluppi e può nascere un pensiero filosofico laico. Questa interpretazione "scientifica" della natura, che dà un nuovo senso ai racconti mitologici, non viene ostacolata dal credo religioso, poiché la religione greca era un religione naturalistica, legata all'immanenza e all'antropomorfizzazione del divino. È nelle libere colonie ioniche che nasce quindi la prima struttura della polis democratica greca che assieme con la filosofia, dopo la conquista persiana delle colonie, si trasferirà, dopo aver sopraffatto il vecchio regime aristocratico conservatore, nella madrepatria, facendo di Atene la capitale della filosofia e della libertà greca. Esistono altresì dottrine ancora più antiche a carattere speculativo, sorte nell'ambito di varie culture orientali, anch'esse spesso strettamente connesse ad ambiti religiosi, che rendono questo tipo di riflessione particolarmente orientata alla comprensione del senso dell'esistenza del singolo individuo in rapporto a un Tutto olistico. Alcune di queste forme di pensiero mistico-filosofico, specificamente indiane, tramite anche delle pratiche improntate sull'ascesi, aspirano ad elevare l'individuo verso una più alta spiritualità. Oriente ed OccidenteSulla questione riguardante le origini della filosofia, ovvero se essa sia nata in Oriente o in Occidente, si sono confrontate due correnti di pensiero opposte: quelle degli "orientalisti" e degli "occidentalisti". Appare piuttosto probabile che all'ambito indiano (prima del 1100 a.C.) vadano riconosciuti,i prodromi di ciò che sarà la speculazione filosofica, per quanto posti in una veste più specificamente religiosa. Quella che invece sorgerà in ambito greco-ionico, e specificamente a Mileto nel VII secolo a.C., è una filosofia laica e volta ad approfondire razionalmente le esperienze della conoscenza sensibile.
Talete, in particolare, avrebbe tratto piuttosto dalla cultura egizia nozioni di tipo cosmologico. L'Egitto, infatti, all'epoca esprimeva un contesto assai più progredito della Grecia sul piano tecnologico, con importanti acquisizioni nel campo della geometria e dell'astronomia, ma non solo; basti pensare che nel XII secolo a.C. gli egizi distinguevano già la medicina dalla magia usando il metodo diagnostico e facevano progressi in campo matematico (come i babilonesi) e i caldei che già nel 2000 a.C. erano in possesso di documenti di studio sui corpi celesti. Ma le motivazioni degli orientalisti vanno oltre le prove sui contatti commerciali dell'Oriente con i greci e sui progressi culturali e scientifici orientali, poiché essi sostengono che la riflessione speculativa, e quindi la filosofia, era già presente in India nella religione brahmanica e poi nel Buddhismo, nel Confucianesimo e nel Taoismo. Tuttavia, pur accettando che la filosofia greca abbia ricevuto apporti tematici provenienti dalle culture orientali, l'appproccio razionale e analitico era scarsamente utilizzato in Oriente, mentre sarà alla base di quello greco, [20] e la maggior parte degli storici della filosofia oggi afferma l'autonomia e l'originalità della filosofia greca [21] nata a Mileto, colonia greca dell'Asia minore, nel VI secolo a.C. sostenendo:
Saggezza, educazione e scienza
La traduzione generica di filosofia come amore per la saggezza non rende ragione della pluralità di significati che il termine sophia aveva nella lingua greca, che la distingueva dalla phronésis (φρόνησιϛ), la prudenza.[22]. Nella cultura greca antica il termine filosofia oscillava tra due significati estremi: in un senso la filosofia, spesso identificata come sinonimo di sophia coincideva con la saggezza o, come anche si diceva, la paideia (educazione, formazione culturale): ad esempio Erodoto [23] racconta di Solone come un uomo che aveva molto viaggiato per il mondo «filosofando», per desiderio di sapere. All'estremo opposto filosofia assume il significato di dottrina scientifica ben delineata, che Aristotele chiama «filosofia prima» che indica cioè sia i principi primi, le cause prime, le strutture essenziali degli esseri sia quel pensiero che studia il primo principio di tutto: Dio stesso. È nell'ambito di questi due significati che si sviluppano gli usi più particolari del termine filosofia. La nascita della filosofiaI più antichi pensatori della storia della filosofia non ebbero consapevolezza di essere filosofi: sia Diogene Laerzio [24] che Cicerone [25] indicano Pitagora come il primo a definirsi filosofo, colui, cioè, che può solo dirsi amante della sapienza, poiché gli unici, veri sapienti, sono gli dei. Lo stesso Pitagora viene tradizionalmente indicato come l'autore dell'allegoria della filosofia come un mercato: la vita è come una grande fiera dove si recano quelli che vogliono fare affari, quelli che vi vanno per divertimento ed infine, i migliori, i filosofi, i quali non hanno altro scopo che osservare la varia umanità. Questo secondo quanto Diogene Laerzio riprende da Eraclide Pontico, un discepolo di Platone: il che indicherebbe che questo fosse il significato in uso nella filosofia platonica. In un frammento di Eraclito, riferito da Clemente Alessandrino [26] compare il termine filosofia e si dice che «é necessario che gli uomini filosofi siano indagatori di molte cose» [27]. Sembrerebbe che Eraclito volesse identificare la filosofia con la polimanthia, il sapere molte cose, ma questa interpretazione è esclusa da altri frammenti dove lo stesso filosofo afferma che questa «non insegna l'intelligenza» [28] ma piuttosto che compito del filosofo è quello di fare molte esperienze e da queste arrivare al principio primo unitario, che Eraclito chiama Logos (ragione, discorso). Inizia quindi a delinearsi con Eraclito il significato di filosofia come conoscenza dei principi primi: scienza universale che tratta l'essere in generale e che quindi è alla base e fondamento di tutte le forme di conoscenza che si occupano del particolare. La scuola di Mileto e l'archèCon la scuola milesia di Talete, Anassimandro e Anassimene, il pensiero per la prima volta si emancipa dall'impostazione religiosa e dogmatica per ricercare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali e alle questioni cosmologiche e si impone centralmente il problema dell'identificazione dell'archè, l'elemento costitutivo e animatore della realtà, indagato nello stesso periodo anche da Pitagora ed Eraclito. Essi pensarono che, pur essendo apparentemente diversi, i fenomeni naturali avessero un fondamento comune. Si trova nelle loro teorie la ricerca di una costante che metta ordine nella molteplicità caotica dei fenomeni. Se quindi, si riuscirà a identificare la causa prima di tutti questi fenomeni si otterrà una chiave universale per spiegare la formazione e il divenire di tutto il cosmo. Perciò i primi filosofi presocratici ricercheranno quest'elemento primordiale da cui tutto si è generato e a cui tutto ritorna: l'arché, ciò che successivamente verrà definito sostanza, termine che racchiuderà una pluralità di significati, ovvero ciò che:
Interessante notare come dalla iniziale speculazione sulla natura, ancora legata ad elementi fisici con Talete, il discorso filosofico si faccia più astratto già con Anassimandro, capace di concepire come principio ciò che non è materiale, l'indefinito, sino a giugnere con la scuola Pitagorica ad una visione matematica della natura,[30] primo vero anello di congiunzione fra la filosofia e le scienze applicate. Un altro percorso invece condurrà la filosofia, con Parmenide e la scuola eleatica alle prime speculazioni ontologiche; in questi pensatori è prevalente la percezione di un conflitto irriducibile tra la logica che governa la dimensione intellettuale e il contraddittorio divenire dei fenomeni testimoniato dai sensi. Contrasto variamente risolto dai successivi filosofi del VI-V secolo a.C. (fisici pluralisti), la questione rimarrà centrale in tutta la storia del pensiero occidentale, dalla Scolastica ad Heidegger nel Novecento. Il pluralismo ontologico
L'ontologia monistica, che nasce con Senofane di Colofone, trova ad Elea, nell'ambito dell'occidentale Magna Grecia, i suoi principali sviluppi; ma essa si è sviluppata originariamente a oriente, in ambito ionico. Ionici sono infatti sia Leucippo (di Mileto) e sia Anassagora (di Clazomene), assertori di un'ontologia pluralistica, degli atomi il primo e dei semi il secondo (che Aristotele ribattezzerà omeomerìe). Per quanto il monismo determinista risulterà prevalente, e gli epigoni di Parmenide (e tra essi Platone) vincenti dal IV secolo a.C. in poi, nel V secolo il dibattito risultò assai fecondo per il pensiero greco. In ogni caso Aristotele, per quanto sostanzialmente monista, fu molto attento all'ontologia pluralistica, confrontandosi con essa a più riprese sia nella Fisica che nella Metafisica (la filosofia "prima"). L'espressione di tale pluralismo che risulterà più ricca di sviluppi sarà però l'atomismo leucippeo, che troverà in Democrito un valido continuatore e più tardi in Epicuro colui che riformula questa tradizione, negandone però il rigido determinismo. Filosofia come nuova educazioneAccanto a questo primo iniziale configurarsi della filosofia come conoscenza universale compare nella storia della filosofia un'applicazione più pragmatica del filosofare: è quella dei sofisti che non tramandano definizioni della filosofia, ma chiamano filosofia una particolare forma di educazione, dietro compenso, per i giovani che vogliano intraprendere una carriera politica[31]. I sofisti compaiono nel periodo compreso fra il culmine della civiltà ateniese e i primi sintomi della decadenza dovuta a tensioni individualistiche ed egoistiche già evidenti nell'età di Pericle. Allo scoppio della guerra del Peloponneso e alla morte di Pericle, entrano in crisi il senso di supremazia culturale ed economica a cui si sostituisce la percezione della precarietà dell'esistenza, cui i sofisti rispondono esibendo le capacità retoriche dell'individuo, educato con una nuova tecnè (tecnica). Essi insegnano in particolare l' arte della parola, un'educazione retorica e letteraria che riporta la filosofia al suo primo significato di paideia ma con diversi contenuti rispetto a quella antica, basata sulla poesia e sul mito, attraverso i quali si realizzava l'aristocratico ideale della kalokagathia ossia l' unione del bello e del buono. I sofisti non mettono in dubbio l'autorità dello Stato ma evidenziano attraverso un'analisi storica, l' origine umana delle leggi che lo regolano e il ruolo determinante di chi è capace di influenzarne la formazione attraverso l'abilità nell'usare il linguaggio, non tanto per persuadere, quanto far prevalere sull'interlocutore il proprio punto di vista con il suo eloquio [32],. Filosofia come educazione al non sapereParadossale fondamento del pensiero socratico, ostile a quello dei sofisti, è l'ignoranza, elevato a movente fondamentale del desiderio di conoscere. La figura del filosofo secondo Socrate è completamente opposta a quella del saccente, ovvero del sofista. Egli diceva di ritenersi il più saggio degli uomini, proprio in quanto cosciente del proprio non sapere. Il senso della sua filosofia è quello di essere essenzialmente ricerca che caratterizza quella dotta ignoranza che permette di sviluppare lo spirito critico nei confronti di coloro che presumono di sapere in modo definitivo e invece non sanno rendere conto di quello che dicono[33]. Con lui si acquisisce piena consapevolezza della peculiarità del metodo di indagine filosofica basato sulla maieutica, ovvero sulla capacità, attraverso un dialogo serrato fra il filosofo e coloro che lo ascoltano, di discernere la conoscenza vera dalla mera opinione soggettiva[34]. Platone e la vera filosofiaFilosofia come riflessione sulla politicaLa "filosofia platonica" origina dalla riflessione sulla politica conseguente alla vicenda socratica. Secondo quanto scrive Alexandre Koyré:
Occorre tuttavia distinguere la "riflessione sulla politica" dall'"attività politica". Non è certo in quest'ultima accezione che dobbiamo intendere la centralità della politica nel pensiero di Platone. Come egli scrisse, in tarda età, nella Lettera VII proprio la rinuncia alla politica attiva segna la scelta per la filosofia, intesa però come impegno "civile". Tuttavia i filosofi che vorrebbero dedicarsi alla meditazione [35] devono invece essere costretti all'arte del governo [36], in quanto, proprio perché disinteressati, essi sono i più affidabili come politici [37]. La riflessione sulla politica diventa, in altre parole, riflessione sul concetto di giustizia, e dalla riflessione su questo concetto sorge un'idea di filosofia intesa come processo di crescita dell'uomo come membro della polis. Fin dalle prime fasi di questa riflessione, appare chiaro che per il filosofo ateniese risolvere il problema della giustizia significa affrontare il problema della conoscenza. Da qui la necessità di intendere la genesi del "mondo delle idee" inteso come depositario della verità contrapposto al "mondo delle cose" mere "copie" delle idee,come frutto di un impegno "politico" più complessivo e profondo. Tuttavia la vera educazione che assegnerebbe ai filosofi il diritto-dovere di governare non è quella dei sofisti ma quella descritta nel settimo libro della Repubblica dove, attraverso il mito della caverna, Platone delinea una formazione culturale che porti alla visione del mondo intellegibile [38] appresa la quale spetterà ai filosofi la funzione politica, ma non in quanto addestrati all'uso della parola, bensì perché essi sono depositari di quella luce della verità a cui sono giunti liberandosi dalle catene dell'ignoranza. La loro formazione culturale quindi sopravanza quella dei non filosofi, in quanto essi saranno educati non solo nella ginnastica, nella musica e nelle arti [39] ma anche nelle scienze esatte come la matematica [40], la geometria che permettano loro di arrivare alla concezione intellettuale delle idee perfette ed immutabili [41]. Tramite la dialettica, l'ascesa dalle forme sensibili all'intellegibile, «il volgere dell'anima da un giorno tenebroso a un giorno vero», si giungerà alla «vera filosofia». I molti significati platonici della filosofiaCon Platone il termine filosofia ha raggiunto una tale vastità di significati che, secondo una celebre massima, in seguito la storia del pensiero non avrebbe fatto altro che svilupparne gli esiti [42]. Essa assume cioè il senso di:
Questa classificazione della filosofia nei suoi vari significati condizionerà tutta la tradizione filosofica occidentale, almeno fino alle riflessioni filosofiche di Locke e Kant e alla filosofia contemporanea, che metterà in discussione i presupposti e la possibilità stessa, della filosofia. A differenza di altri (come Aristotele) Platone non è un pensatore sistematico. I vari significati della filosofia sopra indicati appaiono e scompaiono in relazione alle fasi successive del suo pensiero. Si deve inoltre tenere presente che il senso della filosofia e quello dei suoi oggetti deve, per Platone, essere inseribile in un quadro cosmologico generale perfetto ed armonico su base matematico-geometrica. Per quanto egli ammetta il divenire come una forma incipiente di essere (a differenza di Parmenide che lo vedeva come non-essere), esso, in quanto imperfetto e passibile di disordine, esiste soltanto come evento variabile e mutevole che precede l'avvento della perfezione e dell'ordine di un essere che è anche verità. Con queste premesse la realtà platonica è totalmente avulsa dalla realtà concreta dell'uomo comune. Il primato dell'idealità non è quindi solo gnoseologico, ma ontologico. Uno dei più importanti dialoghi della maturità, il Timeo, è molto significativo a questo proposito, e non a caso è stato il testo base per tutta la cosmologia mistica medioevale. È un inno alla perfezione "geometrica" di un cosmo che non è solo ideale ma del tutto reale, dove è riecheggiato Pitagora che vedeva il mondo come basato sui numeri. L'ontologia platonica riguarda quindi un Essere generale (governato dall'anima del mondo) che ha il suo fondamento nell'elemento etico (il bene), in quello estetico (la bellezza) e in quello gnoseologico (la verità). Sono infatti essi che si coniugano come fondanti, lo qualificano e lo definiscono. La materia (la fisicità) è quindi elemento del tutto irrilevante per Platone, in quanto, non possedendo verità non può essere posto come oggetto della vera filosofia. Aristotele: la filosofia come libertàGli anni che separano Platone da Aristotele sono relativamente pochi, eppure il tempo di crisi in cui si trova a vivere Aristotele è già profondamente diverso da quello del suo maestro. Nella metà del IV secolo a.C. la decadenza della libertà nella polis è ormai irreversibile di fronte alla potenza macedone. Il cittadino greco non è più direttamente coinvolto nelle faccende del governo ed ormai è inglobato in un più vasto organismo statale del quale altri reggono le fila e quindi perde quella passione per la politica che aveva costituito la molla per la filosofia platonica. Da qui l'emergere per altri interessi conoscitivi ed etici che saranno caratteristici dell'età ellenistica. Per Aristotele la filosofia è il più grande dei beni, dal momento che ha per scopo se stessa, mentre le altre scienze hanno per fine qualcosa di diverso da sé. Aristotele introduce una nuova concezione del sapere rispetto a quella della tradizione che collegava la sapienza all'agire e al produrre. Dedicarsi al sapere richiede la scholè, l'otium dei latini, un tempo assolutamente libero da ogni cura e preoccupazione legata alle necessità materiali dell'esistenza. «Primum vivere deinde philosophare», fare filosofia che è l'inclinazione della natura razionale di tutti gli uomini, e che solo i filosofi realizzano a pieno mettendo in atto un sapere che non serve a nulla ma che proprio per questo non dovrà piegarsi a nessuna servitù: un sapere assolutamente libero. La filosofia quindi:
La ricerca filosofia è nello stesso tempo difficile, perché deve affrontare la vastità del sapere, ma anche facile perché ognuno ha la capacità di cogliere qualcosa della verità. Talora la sua difficoltà nasce dal fatto che non siamo in grado di cogliere proprio le cose più evidenti, ma in fondo tutti possono contribuire alla ricerca della verità poiché questa è già nella storia. La filosofia non crea la verità ma la porta alla luce; la verità infatti è anche nelle opinioni comuni, nei filosofi del passato. La filosofia è come la nottola che vola intorno al tempio di Minerva al tramonto, quando cioè la luce della verità è già apparsa. Aristotele è dunque il primo storico della filosofia che, interpretando le dottrine altrui alla luce della sua, tende a vedere nel pensiero dei filosofi passati dei tentativi di arrivare alla verità della sua dottrina. Filosofia come scienza primaPlatone guardava il mondo secondo un'ottica verticale e gerarchica ed anche Aristotele in un primo tempo pensa che l'oggetto della filosofia debba essere il divino e che quindi essa sia la scienza più alta. Nella maturità, con le mutate condizioni culturali e politiche, lo Stagirita guarda il mondo secondo un' ottica orizzontale per cui tutte le scienze hanno pari dignità. In questo modo Aristotele constata e giustifica la situazione culturale del IV secolo a.C. dove le scienze si rendono autonome dalla filosofia e si specializzano nel loro specifico settore della realtà. Quindi la filosofia si differenzia dagli altri saperi perché invece di considerare la varie facce della realtà o dell'essere studia l'essere e la realtà in generale quindi tutte le scienze che studiano una parte del reale dovranno ora presupporre la filosofia che studia il reale in quanto tale. La filosofia come metafisicaLa filosofia diventa la scienza prima, l'anima unificatrice ed organizzatrice delle scienze particolari. La filosofia come un'enciclopedia del sapere, essa non può essere altro che scienza o sapere globale. Aristotele non enuncia direttamente il significato del termine ma sapere per lui vuol dire «conoscenza dei principi primi e delle cause» [43] quanto più una cosa infatti è realizzata nella sua natura tanto più essa è causa dell'essere delle cose che di tale natura partecipano. Ad esempio il fuoco non può eseere che la causa del calore delle cose calde in quanto esso realizza al massimo la sua natura calda. Aristotele cioè stabilisce una connessione logica e reale tra verità, causalità e essere. Vi sarà quindi la scienza che studia gli enti nello spazio, la matematica, quella che studia gli enti che divengono, la fisica (che comprende tutte le scienze naturali), quella infine che studia l'ente in quanto ente e questa sarà la «filosofia prima» che, quando si dedica allo studio dell'ente supremo, si definisce come teologia. La filosofia prima, che la tradizione filosofica chiamerà metafisica [44] , costituirà come teoria generale della realtà, il nucleo centrale, almeno fino a Locke, della filosofia. Ancora filosofia come saggezzaMatematica, fisica, filosofia prima, Aristotele le chiamerà filosofie teoretiche distinguendole da quelle pratiche (etica, politica) e da quelle poietiche (da poieo, produco) che riguardano la poetica e le discipline tecniche[45]. Nelle dottrine pratiche e poietiche rientra quella caratterizzazione della filosofia come saggezza che la filosofia prima come scienza escludeva dal suo ambito. Anzi, a differenza di Platone, Aristotele attribuisce dignità filosofica anche alle filosofie pratiche e poietiche non potendo sempre avere il sapere i caratteri precisi e definitivi come, ad esempio, quelli della matematica[46]. L' impoverimento della metafisica
Sia per il Liceo che per l'Accademia dopo la morte dei loro capiscuola il significato della filosofia tese a impoverirsi ma si arricchì la civiltà greca che si diffuse nel mondo mediterraneo, eurasiatico e in Oriente, fondendosi con le culture locali. Dall'unione della cultura greca con quelle dell'Asia Minore, l'Eurasia, l'Asia Centrale, la Siria, la Mesopotamia, l'Iran, l'Africa del Nord, l'India, nacque una civiltà (323 a.C.-31 a.C.) - detta Ellenismo - che fu modello insuperato a livello di filosofia, religione, scienza ed arte. Tale civiltà si diffuse dall'Atlantico all'Indo apportando un notevole impulso anche al diritto, alla politica ed all'economia che troveranno la loro piena realizzazione nel mondo romano. La civiltà greca - da sempre legata con quella degli altri popoli mediterranei e del Vicino Oriente - si rinnovò al contatto diretto con la varie civiltà (egiziana, mesopotamica, iranica e di molti altri popoli) che via via - soprattutto in seguito alle conquiste di Alessandro Magno - venivano ad avere sempre più rapporti politici, economici e culturali con le città di lingua greca. La nuova definizione di filosofia
Dal IV secolo a.C. la definizione di filosofia più diffusa è quella di Senocrate, secondo successore di Platone, che suddivide la filosofia in etica, politica e dialettica. [47]. Senocrate abbandona l'aspetto metafisico della dialettica platonica, intesa come ascensione al mondo intellegibile, e la riduce essenzialmente alla logica. Altrettanto avviene nel Liceo dopo la morte di Teofrasto: la filosofia prima, da studio metafisico dell'Atto puro, viene ora spostata sulla fisica nei suoi aspetti scientifici. La tripartizione della filosofia di Senocrate è quella in vigore anche preso le correnti di pensiero degli epicurei, degli stoici e degli scettici. Epicuro però sostituisce alla dialettica la canonica, una dottrina che fornisce i canoni, i criteri fondamentali per arrivare, tramite i sensi, alla verità poiché la salita all'intellegibile, sostiene Epicuro, sarebbe una via che va all'infinito [48] D'altra parte per Epicuro la filosofia è sostanzialmente etica [49]. Interesse primario per l'etica caratterizza anche il pensiero degli stoici, per i quali la filosofia è come un frutteto il cui muro di cinta che ne segna i confini è la logica, gli alberi sono la fisica e i frutti, gli oggetti più importanti, l'etica. [50] Filosofia e religione |